Tour di Londra in italiano

Intervista a Marco Dalbosco

Marco e' un vulcano di idee, e per ogni sua opera servirebbe un'intervista a parte... Gli abbiamo chiesto di parlarci di Londra e dell'ultima creazione.

- Quando sei arrivato a Londra? per quali motivi? con quali aspirazioni?


Sono arrivato a Londra quattro anni fa perchè volevo relazionarmi con un ambiente artistico di un certo livello, prendere contatti, conoscere gallerie, insomma capire e provare ad inserirmi in un luogo dove sei connesso con tutto il mondo artistico.

 

- Hai incontrato difficoltà che non ti aspettavi?


Direi che ho trovato le difficolta che si trovano in ogni luogo nuovo, quando non hai dei contatti, un network, non riesci a trovare una galleria o uno spazio adibito all’arte. Avere delle conoscenze funziona in Italia e a Londra nella stessa maniera, partecipare a delle Call per residenze per artisti, essere sostenuti da gallerie, curatori o critici di un certo livello fa la differenza. Purtroppo, ogni mondo é paese, anche se bisogna dire che forse Londra è un po’ piu trasparente.

 

- Come hai scelto l’universitá?


La scelta è stata dettata dal caso, come tante altre volte, mi piace lasciarmi trasportare dalle situazioni che si vanno a creare. Nel caso specifico mi sono fatto prendere dall’entusiasmo di un amico, anche lui artista, che vive a Londra, che aveva deciso di iscriversi ad un Master in Final Art. La cosa buffa è che lui alla fine ha fatto un corso diverso dal mio nella stessa Università, la Goldsmiths University of London.
Il corso che sto finendo è Interactive Media al Department of Cultural Studies, dove si studia con un approccio critico tutto quello che sta dietro alla comunicazione. Questi sono stati per me temi nuovi ed interessanti, che mi hanno portato a sviluppare progetti nuovi dal punto di vista strutturale e concettuale, con l’uso di strumenti tecnologici che non avevo mai usato prima.
Mi piace l’idea di rimettermi in gioco, di rinfrescare la memoria, tenere attiva la mente, credo che questo sia il modo giusto per produrre progetti artistici sempre attuali e “freschi”. Un’altra cosa interessante e stimolante è che sto facendo un corso con studenti di una generazione più giovane di me, e questo a volte rende le cose un po’ difficili, però alla fine è un modo per me di respirare l’aria delle nuove tendenze e dell’attualità.
Un altro fattore che mi ha convinto a fare questo Master è che il mondo universitario inglese, a differenza di quello italiano, è molto collegato a quello artistico. La Goldsmiths University è famosa per Final Art, ci tengono conferenze personaggi di alto livello e di ogni genere, dal campo sociologico a quello artistico o multimediale, per cui ricevi input di ogni genere, e un artista deve continuamente rigenerasi, non deve fossilizzarsi su un pensiero ma aggiornarsi, se vuole fare una ricerca attiva e attuale, che abbia un senso critico nella società del momento.

 

- Fino ad ora che stimoli puoi dire di aver ricevuto da Londra?


Londra è una citta che ti porta al limite, tutti corrono, tutti vogliono arrivare a fare, non esiste una mediazione, quando esci la mattina vieni invaso da una folla che corre. Non esiste il passato, sei sempre proiettato nel futuro, non hai memoria del tempo, tutto é dinamismo, movimento, non ti puoi rilassare, il tuo corpo vibra di adrenalina, rilassarsi vuol dire essere espulso dal sistema. Il tuo corpo deve essere sempre attivo, attento e vigile. Quando arrivi vicino alla linea dove comincia la sofferenza, lo stare male, e’ proprio in quel momento che la creatività diventa attiva e “produttiva”.

 

- Quali sono i tuoi musei o le mostre preferite in citta’?

 

Il fatto che a Londra ci siano i musei gratis è una cosa bellissima, io vado spesso alla Tate Modern e alla National Gallery. Quando ho voglia di fare respirare la memoria attraverso la vista, vado a vedermi i Manieristi alla National, Rosso Fiorentino, Pontormo, Andrea del Sarto o Bronzino, sono i primi artisti che escono dalle regole rigide del Rinascimento.
A Londra ci sono dei musei con delle collezioni, dove tu in un colpo d’occhio puoi vedere tutta la storia dell’arte, dall’arte egizia a quella piu contemporanea e il tutto attraverso artisti di primo piano.
Poi l’altra cosa interessante è che a Londra ci sono molti spazi e fondazioni come la Whitecube o la Whitechapel Gallery che fanno delle mostre d’arte contemporanea di un certo livello, senza contare poi le moltissime gallerie e i luoghi no-profit: questi ultimi sono i luoghi piu’ interessanti perchè non sono soggetti alle leggi del mercato, non devono vendere, vivono per la maggior parte di contributi dell’Arts Council.

 

- La tua ultima ideazione: “Ring” sara’ esposta dal 2 Luglio al V&A Museum, precisamente al Sackler Centre Digital Studio, puoi illustrarci di cosa si tratta?


V&A Digital Futures è un evento mensile che viene messo a disposizione per artisti, designer o ricercatori nel campo tecnologico in diverse università di Londra. La cosa bella ed interessante e’ che questo è un modo per confrontarsi e condividere il proprio progetto con il pubblico come parte attiva, cioè dove quest’ultimo puo’ interagire con domande, chiedere spiegazioni in merito al processo, alla funzionalita’, ecc. Una modalita’ questa che mette in discussione il lavoro e lo arricchisce al tempo stesso, discutere il processo, il concetto, il pensiero che stanno dietro al lavoro portano ad una relazione diversa con il pubblico, confrontarsi credo sia le parola chiave e vincente di questi incontri.
Il 2 luglio io, insieme ad altri artisti e non del gruppo del Master in Interactive Media della Goldsmiths, esporremo i nostri lavori di ricerca al centro, un’occasione unica ed importante per i motivi che ho citato sopra. Io esporro’ la seconda parte di un progetto che ho iniziato un anno fa, sempre come parte del master, si trattera’ di un ring, un quadrato dove comunemente il boxer combatte e lotta per vincere. In questo caso il quadrato / ring é una metafora della società che rinchiude l’individuo in uno spazio e ti costringe a lottare, nello specifico si tratta di un disoccupato, con tutte le implicazioni a questo connesse.

 

- “Ring” ha una forte carica empatica, che corde vuoi andare a toccare?

 

L’idea del progetto è quella di avvicinare il pubblico allo stato d’animo di una persona senza lavoro e che per vivere é costretta a chiedere il benefit dello stato. Situazione questa che comporta delle costrizioni, del tipo non poter viaggiare, il dovere restare nella città dove tu sei registrato, presentarsi ogni due settimane nei centri Jobcentre a firmare e dire cosa hai fatto, come hai cercato di trovare lavoro, ecc. Tutto questo getta il disoccupato in uno stato di frustrazione e depressione.
La persona che entrerá nel ring o meglio nel quadrato del boxer, si troverà racchiuso in questo spazio, toccherá le corde per capire che cosa siano esattamente, materiale e funzione o altro, e di rimando ogni volta che le toccherà sentira’ delle brevi frasi di persone disoccupate. Le risposte fanno capire esattamente il feeling dei disoccupati, di come vivono questa fase della loro vita, il loro sentirsi in qualche modo “diversi”.

 

- Puoi introdurre “perception way”, un’altra tua opera fondamentale sviluppata a Londra.

 

Perception way è il progetto a cui ho lavorato nel primo anno del master alla Goldsmiths University e, per come tutti i miei progetti, parto da una esperienza personale che mi ha in qualche modo coinvolto. Nel caso specifico il progetto ha preso l’input con la morte per cancro dell’amico artista Umberto Postal e dal suo cambiamento nel modo di usare o non usare il colore durante la malattia. La teoria del colore di Goethe interpreta tutte le informazioni come risultato di strumenti fisici del sentire del nostro occhio e tutto diventa cosi’ soggettivo, lo stesso colore viene infatti percepito in maniera diversa a seconda del proprio vissuto, cultura, eta’, nazionalita’, ecc.
Partendo da questi presupposti, la malattia diventa un elemento che cambia la percezione del colore, del vedere stesso e del percepire il mondo circostante.
Nell’Expo dell’anno scorso alla Goldsmiths, io ho proposto il progetto in una dimensione installativa, una stanza con dei divani dell’ottocento e un caminetto, cercando di ricreare l’idea di una situazione da salotto, un ambiente familiare. La differenza dalla normalita’ era che invece di esserci delle persone sedute ad interagire tra loro, c’erano tre monitor che mostravano differenti situazioni raccolte nel progetto.
In questa installazione era mia intenzione dare la possibilita’ di una lettura a piu livelli: ricerca sulla diversa percezione del colore, lettura informatica, umanita’ delle persone ammalate. Tutto questo per fare interagire tutti gli elementi: calore umano e freddezza dei dati informatici.

 

- Con fantasia ed ironia coinvolgi lo spettatore, lo fai entrare nel meccanismo da te predisposto e confrontare con le tematiche che piu' ti stanno a cuore, in “ring” la prospettiva e' quella del disoccupato. E’ una situazione che hai sperimentato personalmente?


Mi piace avvicinare il pubblico a capire o meglio ad interrogarsi su certe problematiche che mi hanno toccato direttamente, a cui mi sento particolarmente legato, e che credo siano di interesse comune. Ovviamente cerco di farlo in maniera intelligente ed ironica, ad esempio nel progetto Incerti Arredi in occasione della mostra alla Galleria Tonin di Torino ho affisso 2.000 posters tra Milano e Torino dove erano proposti alla vendita dei mobili che pero’, quando la gente veniva in galleria, trovava mobili in miniatura di carta in origami. Progetto questo che parte da un’analisi critica contro l’appiattimento estetico realizzato da IKEA, progetto che mi ha portato a ricevere due lettere di diffida da parte dal loro avvocato e una serie di contatti telefonici con l’avvocato da me incaricato a risolvere la faccenda.

Con lo stesso progetto ho fatto un intervento nello spazio di Cesare Pietroiusti, dove per l’occasione mi fingevo un venditore televisivo di mobili, scioccando il pubblico alla fine della presentazione mostrando gli oggetti reali in origami. Rendere critici su tematiche a me care con ironia mi piace molto, anche se su certe tematiche, come lo stato d’essere dei disoccupati in Labor: what is it, non c’è ironia ma rabbia, frustrazione, senso di ingiustizia. Si’, è una situazione che ho vissuto in prima persona, il lavoro che non riesci a trovare per i piu’ svariati motivi e che ti costringe a chiedere il benefit di sostegno, recarsi nei centri, sentirti umiliato, sono cose che ti segnano e ti fanno capire il problema profondamente. In questi casi essere dentro al problema è determinante per il progetto stesso, altrimenti trattare certe tematiche per sentito dire, in maniera superficiale non ha senso. Credo che per capire la sofferenza, la frustrazione e la depressione bisogna viverla, a quel punto tu puoi capire esattamente cosa esprimere di quell disagio e come farlo.
Ogni progetto cerca di sensibilizzare e coinvolgere lo spettatore anche nel processo, sempre in Incerti Arredi il fotografare le case e i relativi proprietary, che poi sono andati a fare parte di uno pseudo catalogo / copia IKEA, diventa un modo per rendere partecipe del concetto che voglio mettere in luce con il lavoro. Parlare, discutere, fa parte del lavoro stesso, nel progetto Paper Religions 12 persone hanno lavorato assieme per una settimana, discutendo sulle tematiche poliche e religiose.

 

- Che progetti hai per il futuro?


Questa è la classica domanda che ti lascia sempre un po’ in dubbio e perplesso, io non amo le pianificazioni, mi piace molto vivere il tempo presente, purtroppo credo che con la fine del master lascero’ Londra. Una citta’ che, come ho gia’ detto, ti consuma, ti stanca, e dopo 4 anni sento che è arrivato il momento di cambiare, forse Berlino o forse Istanbul. Avrei voglia di fare un lungo viaggio, voglia di input nuovi, portare il mio corpo in realta’ differenti, culture, sentire le cose. Per creare lavori artistici nuovi e “forti” bisogna che la mente e il corpo siano sempre rinfrescati attraverso la lettura e il vivere dei luoghi.
Da punto di vista espositivo ho un paio di progetti in programma entro l’anno, uno in settembre vicino ad Udine, si trattera’ di una installazione site specific, e l’altro progetto deriva da una collaborazione con altri due artisti che mi vedra’ a Roma per gli ultimi tre mesi dell’anno, progetto questo con diverse sfacettature, collaborazione fra differenti competenze.
Cosa succedera’ poi il prossimo anno, non lo so, e a dire il vero non lo voglio sapere.

 

Website di Marco: www.marcodalbosco.com

Facebook: www.facebook.com/marco.dalbosco

 

Francesco



 

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